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Tarvisio come interfaccia.
Entriamo in
un secolo basato sulla comunicazione, dove i confini diventano più
importanti dei centri.
Questo triangolo tra
tre spicchi d'Europa, dove radici linguistiche così diverse si
incontrano, può cambiare totalmente ruolo e prestigio.
Per mezzo millennio l'Europa ha gravitato intorno alle grandi capitali.
La politica, l'economia, la cultura erano centripete e quanto più
si era distanti dai luoghi dove si prendevano le decisioni, tanto più
si era emarginati e subordinati.
Il nuovo millennio si affaccia con la rottura di questo principio; internet
promette un mondo senza capitali e periferie. Sempre meno comanderà
chi è più vicino alla Reggia, comanderà invece chi
è vicino alla comunicazione, allo scambio, al flusso di materia
e di informazione.
Già il concetto
di confine diventa obsoleto, implica un'idea di contenimento, di separazione;
già non ci sembra più naturale che qualcuno nella lontana
capitale dica "il mio controllo giunge fino a qui".
Prepariamoci, la rivoluzione è prevista al punto che dirla sembra
banale e tuttavia giungerà inattesa: il confine diventa un'interfaccia.
In quest'area la storia ha spostato, con tanto sangue di giovani, delle
righe sulla carta geografica; oggi quelle righe sempre più sono
tagliate da strade, ferrovie e - attenzione - fibre ottiche.
Una dorsale ottica vale cento autostrade, dentro di essa scorre la Capitale
del nuovo secolo.
Se intervistiamo gli adolescenti di Tarvisio, in molti si lamentano della
loro condizione laterale; si sentono dimenticati perfino rispetto a Udine
e preferirebbero abitare un quartiere di New York, idealizzano la condizione
metropolitana coi suoi ricchi stimoli, la sua variabilità e la
sua complessità. Se invece parliamo coi bambini della scuola di
base, appena più giovani, scopriamo che già sentono, come
per istinto, la percezione di tempi diversi verso cui prepararsi. Sono
sfidati dal virtuale, dal linguaggio digitale. Addomesticano un personal
in poche ore. La loro City è lì, sul tavolo, occorre accenderla
ed iniziarsi gradualmente alle esoteriche competenze che permetteranno,
un giorno, di entrare in scena.
Ad esempio, può
sorprendere sapere che il computer sia più diffuso tra i bambini
della scuola elementare che tra i ragazzi delle superiori.
Tutto questo non è detto per idealizzare il computer, crediamo
che fra pochi anni lo scatolone grigio sarà un ferrovecchio, un'anticaglia
sostituita da nuove microscopiche diavolerie. Occorre però attrezzarsi
culturalmente, guardarsi nello specchio del monitor, imparare a prolungare
i nostri gesti e le nostre parole attraverso le nuove macchine.
E' dunque innanzitutto una questione psicologica e culturale, la primavera
digitale porterà anche temporali e forse gravi tempeste; ci vogliono
persone col carattere strutturato e tuttavia creative, persone con una
idea positiva di se stessi e tuttavia capaci di collaborare e comunicare.
Capaci di godere i favori di un'epoca formidabile ma anche di affrontare
le tante difficoltà e frustrazioni di un mondo poco prevedibile.
Viene da dire: "persone del terzo millennio", e suonerebbe come
una frase retorica se non implicasse un problemino da non sottovalutare:
a formare queste persone dobbiamo essere noi, genitori ed insegnanti del
secondo millennio.
Dunque come preparare
i nostri figli a questo appuntamento?
Tarvisio Come Aula ha tre proposte.
1.
Il principio dei "minimi e massimi tecnologici", secondo cui
quanto più una persona ha esperienze con la comunicazione virtuale
digitale, tanto più occorre controbilanciare la sua formazione
con esperienze naturali e concrete, usando la voce, l'espressione gestuale,
la poesia, la musica, la manualità ed il contatto con la natura
vivente
2.
Il principio della reciprocità della comunicazione, secondo cui
se bambino riceve una overdose di messaggi (in un mondo che lo bombarda
con flussi enormi di input) occorre che l'adulto gli dia maggiore ascolto,
in maniera che la sua voce non diventi rumore nel chiassoso mondo della
comunicazione.
3.
Il principio della "città come aula", secondo cui l'aula
tra le mura, quella con la cattedra e i banchi, è solo uno dei
tanti luoghi in cui impariamo come funziona il mondo; ogni luogo in cui
viviamo (e innanzitutto l'abitato umano) deve considerarsi aula, per il
semplice fatto che "abitare" significa anche conoscere. Se non
si rispetta questo principio, i bambini non si sentono cittadini del loro
stesso territorio.
Questi tre principi
non hanno la pretesa di risolvere la questione, ma è certo che
se li si ignora la soluzione si allontana.
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